C’è chi va oltre l’odio (e chi no…)

“Guerra civile”, “pacificazione”, “riconciliazione”, “revisione”: è  un 25 aprile che riscopre le parole proibite, quello appena trascorso, in verità per lo più fagocitato dalla pasquetta e dalle gite fuori porta (numerose nonostante il cielo plumbeo). È un 25 aprile che tenta, non sempre riuscendoci, di tramutarsi in qualcosa di diverso da ciò che è stato per troppi anni, quando la retorica stantia, le letture unilaterali e lo spirito di fazione hanno dato il tono alle celebrazioni. Chissà, forse sarà per la distanza temporale che rimargina le ferite, o magari per l’influsso benefico di quel 17 marzo che – esso sì – ha rappresentato una vera festa di unità nazionale. E pazienza se qualcuno non ha rimesso l’orologio ed è rimasto fermo ai rancori di troppi anni fa. Le parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, hanno ad esempio puntato a stemperare il clima politico fin troppo teso: «La difficoltà delle sfide di oggi e del futuro – ha detto nel suo intervento all’Altare della Patria – richiedono nuovo senso di responsabilità nazionale, una rinnovata capacità di coesione nel libero confronto delle posizioni alla ricerca di ogni terreno di convergenza». Alla consapevolezza della difficoltà delle sfide «che abbiamo sentito esprimersi nelle celebrazioni del centocinquantenario lo scorso marzo – ha detto Napolitano – sono poi seguite settimane di aspra tensione nella vita istituzionale e nei rapporti politici, anche per l’avvicinarsi di normali scadenze elettorali. Ebbene, è nell’interesse comune che le esigenze della competizione in vista del voto non facciano prevalere una logica di acceso e cieco scontro».
Anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha invitato a «lasciare alle spalle le ferite del passato, per una ritrovata concordia, nell’unità e nella memoria nazionale» e a «riannodare i fili di una memoria condivisa» affinché «si celebri tutti insieme l’unità nazionale» attraverso «un patto rinnovato fra tutti gli italiani». E a Milano il sindaco Letizia Moratti ha parlato del «bisogno di aprire una stagione nuova, fatta di memoria e di riconciliazione» che «sono ancor più importanti nell’anno del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, perché ci aiutano a guardare avanti con il senso del nostro passato ma anche con la consapevolezza che la storia futura si costruisce con il rispetto, con l’attenzione all’ altro. Per questo credo che una stagione di riconciliazione sia quanto mai necessaria». Sia La Russa che la Moratti, peraltro, sono stati oggetto di fischi e contestazioni. Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, dal canto suo, ha detto che «il presidente Napolitano ha espresso in modo equilibrato il senso della celebrazione del 25 aprile e ha anche recepito l’esigenza di profonde riforme costituzionali che, dopo tanti anni, si misurino con il nuovo problema della società italiana». Per l’esponente della maggioranza è importante ricordare la fine «del nazismo e di quella Repubblica di Salò che, al netto del sacrificio di molti giovani in buona fede, fu segnata in modo del tutto negativo dalla sua subalternità alla Germania nazista con conseguente razzismo antisemita. In questo quadro non si può neanche dimenticare che la Resistenza, nella sua fondamentale positività, fu a sua volta il crogiolo di molti elementi contraddittori perché essa fu percorsa anche dalla dialettica fra chi puntava sulla costruzione di un nuovo Stato democratico e chi invece perseguiva una ben diversa opzione di tipo rivoluzionario che fortunatamente fu superata dallo stesso quadro internazionale e poi dalla dialettica politica italiana». Proprio rievocando le circostanze storiche che portarono al 25 aprile del 1945 diversi esponenti politici hanno messo in evidenza la necessità di riscoprire alcune pagine scomode della storia novecentesca, ben oltre il quadro idilliaco della vulgata. Il presidente della provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, in alcuni manifesti fatti affiggere per la città ha dichiarato che in occasione del 25 aprile bisogna ricordare anche la «feroce pulizia etnica delle foibe scatenata dai partigiani jugoslavi del dittatore Tito con la complicità morale del leader dei comunisti italiani Palmiro Togliatti». Il politico campano ha anche ricordato «la difesa dei valori fondanti per la dignità dell’uomo e per la convivenza civile e democratica della nostra comunità nazionale, compromessi dal fascismo». Cirielli ha inoltre ribadito come «non ci si debba chiudere in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e, in particolare, del movimento partigiano, come non se ne debbano tacere i limiti e le ombre». Mario Borghezio, europarlamentare leghista, è andato oltre e ad Affaritaliani.it ha detto che «non ha assolutamente senso festeggiare il 25 Aprile, in quanto non è diventato, come sarebbe accaduto in un paese come gli Stati Uniti d’America, una festa e una celebrazione di riconciliazione e il superamento degli odii, delle contrapposizioni e anche dei drammi di quella che è stata esclusivamente una guerra civile. E nelle guerre civili non ci sono né buoni né cattivi, ci sono solo italiani e padani che si sparano gli uni contro gli altri. Questo certamente non è un fatto da ricordare positivamente. Quindi, dato il modo con cui viene celebrata, è soltanto una brutta festa da eliminare. Insomma, così com’è il 25 Aprile è da abolire». Ma al di là delle parole (più o meno) di circostanza e delle esternazioni dei politici, la ricorrenza ha dato adito anche a provocazioni di segno opposto e di differente impatto. Se nei giorni scorsi avevano fatto discutere i manifesti affissi a Roma che auguravano sarcasticamente “buona pasquetta” sotto un’immagine di epoca fascista («In quei manifesti ho trovato una straordinaria ironia», ha detto Francesco Storace prendendosela con gli indignati), ieri la capitale è stata di nuovo teatro di alcune azioni controverse. Come la scritta metallica «Work will make you free» («Il lavorio rende liberi») affissa al quartiere Pigneto in evidente riferimento all’analogo motto che campeggiava ad Auschwitz. Il gesto, che ha causato lo sdegno unanime delle forze politiche, è tuttavia di matrice non chiara, dato che sul ponticello vicino è stato invece affisso uno striscione con la scritta «Basta morire uccisi dal lavoro e dall’indifferenza – Comitato no morti lavoro» con quattro stelle a cinque punte. A Milano, invece, un gruppetto di ragazzi dei centri sociali ha apostrofato con l’epiteto di “fascisti” i rappresentanti della Brigata ebraica e il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, che era andato a rendere loro omaggio.
Anche la destra radicale, tuttavia, si è fatta sentire. Uno striscione con scritto “25 Aprile, lutto nazionale” è stato ad esempio appeso sul monumento alla Partigiana in Riva 7 Martiri a Venezia. Ha fatto discutere anche la croce celtica tracciata nella notte sulla lapide commemorativa della Resistenza ubicata in Piazza Costantino, a Milano. L’azione è stata attribuita a Forza nuova, che tuttavia, per bocca del suo candidato sindaco Marco Mantovani, ha smentito, facendo sapere «che Forza Nuova Milano non ha messo nessuna scritta su nessuna bandiera né in altri luoghi. L’allarmismo che “antifascisti” e media scatenano lanciando notizie false di questo genere, serve solo alla loro sopravvivenza. Se non parlassero di noi nessuno parlerebbe di loro e non avrebbero nulla da dire». A Firenze, infine, sono apparse delle scritte contro il filosofo Giovanni Gentile, anche nel luogo in cui fu ucciso. «Gentile fascista eri il primo della lista, morte a te e a chi ti difende», recitavano i deliranti messaggi vergati sul muro e firmati “Antifa”. Nei giorni scorsi alcune forze politiche di sinistra avevano del resto chiesto la rimozione della salma del maggiore filosofo italiano del Novecento dalla basilica di Santa Croce. La pacificazione, per qualcuno, può ancora attendere.