Berlusconi al Quirinale per uscire dall’impasse

Umberto Bossi gli aveva telefonato, lui da Giorgio Napolitano c’è andato personalmente, accompagnato da Gianni Letta. Così Silvio Berlusconi, ieri, s’è giocato la carta del Quirinale per cercare di uscire dall’impasse della crisi libica, crocevia di tutti i problemi aperti nel governo e nella maggioranza: il rapporto con la Lega; il ruolo di Giulio Tremonti, a cui ieri il premier ha dovuto rinnovare «la fiducia»; le richieste dei Responsabili, in fibrillazione per i posti da sottosegretario, anche se hanno annunciato di essersi messi in standby. Sullo sfondo c’è il voto sulle mozioni, che è stato messo in calendario alla Camera per il 3 maggio. Il Cavaliere ha ostentato sicurezza, spiegando di non aver paura della conta. Ma quanto sia delicato il passaggio parlamentare lo testimonia l’impegno profuso dal presidente della Repubblica per evitare incidenti: appena decisa la calendarizzazione, Napolitano si è messo al telefono con le opposizioni per far sapere che auspica che l’interesse generale del paese sia la priorità assoluta di tutti, che il Parlamento dia prova di responsabilità, e che, in questo modo, si riesca a trasmettere all’estero l’immagine di un paese unito e credibile nel suo impegno internazionale.
Nel corso dell’incontro, durato circa un’ora, Napolitano e Berlusconi si sono sostanzialmente ribaditi de visu ciò che si erano già detti a distanza: il governo si muove in ossequio ai suoi doveri internazionali, nel solco della risoluzione Onu e del voto parlamentare; la presidenza della repubblica considera il nuovo impegno militare coerente con gli impegni assunti in precedenza.
Si cerca la mediazione per far rientrare i problemi con la Lega, che ieri, con Roberto Calderoli, ha commentato il primo raid italiano con «solo quattro parole: di male in peggio». Secondo alcune indiscrezioni, la soluzione potrebbe arrivare proprio dal capo dello Stato, le cui parole potrebbero essere riprese passo passo in una mozione di maggioranza su cui ricompattare tutti. Nessuno nega che con la Lega ci siano contrasti, tutti però si dicono certi che non sfoceranno in una crisi. Non nei prossimi giorni, almeno. Due esempi su tutti dalla giornata di ieri: «Bene di questi tempi è difficile dirlo, ma non c’è crisi», ha detto il ministro Maurizio Sacconi, mentre il ministro Franco Frattini diceva che «la coesione della maggioranza e delle squadra di governo si confermerà anche da questa vicenda, che ha evidentemente mostrato delle difficoltà». Nel Pdl sono convinti che con la Lega si troverà la quadra, magari passando proprio per la mozione “del Colle”. Il primo a essere fiducioso è Berlusconi, che confida nell’amicizia con Bossi e nel fatto che in discussione non siano i loro rapporti umani e politici, ma altre questioni. Una delle spiegazioni che il premier si è dato sulle fibrillazioni è che dipendano da una lotta di potere interno al Carroccio, ergo lui non c’entra. Un’altra possibilità è che dietro alle intemperanze del Senatùr ci sia la mano di Tremonti (irritato per gli accordi con Sarkozy che hanno consegnato la Bce a Mario Draghi e l’Opa sulla Parmalat alla Francia), quindi basta parlarsi con l’amico e alleato per ricucire.
È stato proprio di fronte alle voci insistenti sulla sua diffidenza verso il ministro dell’Economia che il premier ha dovuto «riconfermare la piena fiducia in Tremonti e smentire perciò nella maniera più assoluta il Giornale di oggi». «D’altronde proprio oggi, alla Camera, come tutti sanno, abbiamo approvato il Documento economico finanziario che reca la sua firma con la mia», ha detto il Cavaliere, aggiungendo che «Tremonti è impegnato con me a ritrovare con la Lega i termini di un comune impegno politico anche sulla politica estera».
«Tremonti aizza la Lega», titolava ieri il quotidiano di famiglia che, in un editoriale a firma del direttore Alessandro Sallusti, addossava gli attuali mali del governo a «questioni personali, più che politiche, di un ministro che si sente premier e che ha grande influenza sulla Lega». Il Giornale, dunque, contestualizzava la vicenda anche nella “guerra di successione”. Ne sono scaturite polemiche da parte dell’opposizione, che l’ha letto come l’ennesimo segno dello sbandamento e della debolezza del governo, e rassicurazioni da parte della maggioranza, che ha fatto a gara per dire che quelle di Sallusti erano «sciocchezze», per citare il ministro Altero Matteoli. Pressoché tutti i quotidiani, però, nei loro pezzi di scenario, riportavano la stessa lettura, anzi le stesse parole, per di più attribuendole – come indiscrezione – direttamente a Berlusconi. «I sospetti del Cav su Tremonti: è lui che sta aizzando Bossi», informava anche Repubblica. Su tutti i giornali, la notizia era accompagnata anche dalla terza ipotesi sui motivi delle bizze padane: servirebbero a preparare il terreno per un ben servito al governo in caso di sconfitta elettorale, in particolare a Milano. In quel caso, dicono le voci di Palazzo, Bossi sarebbe pronto ad avallare un nuovo esecutivo, il cui leader più probabile viene visto in Tremonti. Insomma, anche con tutto l’ottimismo possibile, per il premier ci sarebbe poco da stare allegro o sereno.
Un altro problema sembra invece rimandato a (eventuali) più miti frangenti: i posti in esecutivo per i Responsabili. Ieri le cronache erano ancora tutte piene del loro malcontento per lo slittamento delle nomine, finite schiacciate dai contrasti sulla Libia. Ci si aspettava che arrivassero nel Consiglio dei ministri di questa settimana, che però è saltato per evitare situazioni di scontro sui bombardamenti. Ancora in mattinata, il leader dell’Alleanza di centro Francesco Pionati lamentava che il rimpasto «è una vicenda che è stata gestita con troppa incertezza e tempi infiniti», il capogruppo Luciano Sardelli ricordava che «ci spettano tre-quattro caselle su nove» e le cronache riportavano che si poneva una “grana Siliquini”, visto che è saltata la nomina alla Consap, dove come Ad le è stato preferito Mauro Masi. Ci sarebbe, anche lì, lo zampino di Tremonti. Più tardi, al termine di una riunione del gruppo, i Responsabili hanno divulgato un documento in cui spiegavano che «in questo contesto particolarmente critico, il gruppo afferma di non ritenere assolutamente prioritaria la definizione degli assetti di governo». Anche sulla crisi libica sono state date delle rassicurazioni: «Il gruppo ritiene fondamentale esprimere la più ampia adesione alle scelte del governo e chiede un confronto in seno alla maggioranza». Il documento, poi, è stato anche presentato a Berlusconi, in un incontro a cui hanno partecipato Sardelli, Silvano Moffa e Domenico Scilipoti. «Il presidente del Consiglio – ha detto il capogruppo, uscendo da Palazzo Grazioli – conta sulla nostra disponibilità, c’è grande serenità e grande disponibilità». Disponibilità offerta con uno straordinario tempismo, visto che tra le questioni affrontate dal premier al Colle c’è stato anche l’annuncio della nomina dei prossimi sottosegretari. Nomi non ne sono stati fatti, ma il segnale, evidentemente, è arrivato forte e chiaro.